Articoli,  Pixar

Sparkshorts: Pixar tra la ricerca di nuovi talenti e temi sociali

Chiunque sia andato negli ultimi anni a vedere uno dei lungometraggi Disney Pixar al cinema, avrà sicuramente pianto come se non ci fosse un domani già durante i primi 5 minuti. Il che significa durante la messa in onda degli ormai famigerati cortometraggi Pixar che vengono solitamente mandati prima dei più noti fratelli maggiori, i lungometraggi. 

Ricordo benissimo la faccia sconvolta della gente durante la visione di Bao, il corto sulla mamma cinese che soffriva di sindrome del nido vuoto, vincitore, tra l’altro, di un premio Oscar. O ancora, come dimenticare Lava?? Fece commuovere tutta la sala, c’era gente che piangeva a destra e a manca.

Bao – immagine presa da wikipedia commons

Insomma, gli artisti Pixar sanno bene come toccare il cuore del pubblico e con i loro cortometraggi hanno toccato dei punti di dolcezza e allo stesso tempo di serietà nella scelta degli argomenti che pochi artisti nel campo dell’animazione sono stati capaci di fare prima. 

Da quando è stata lanciata la nuova piattaforma Disney + poi, ho scoperto una nuova serie di corti che mi sta facendo riflettere molto e che, in particolare, ho trovato di una finezza e di una dolcezza incredibili. Sto parlando del programma Sparkshorts con cui vengono trattati importanti argomenti quali: l’autismo, la discriminazione di genere, l’omosessualità ecc.

Da qui la decisione di fare una serie di articoli in cui parlarne.

Cos’è il programma Sparkshorts?

I cortometraggi del programma Sparkshorts sono stati messi in campo dalla Pixar con il chiaro intento di scoprire nuovi registi e sceneggiatori emergenti, esplorare nuove tecniche e modi di lavorare; insomma, sono dei veri e propri esperimenti, un po’ come furono le Silly Simphonies ai tempi di Zio Walt. 

Si basano quasi tutti su store vere, a volte tratte dalla vita degli stessi artisti che le ideano, progettano e creano (anzi, se volete piangere ancora di più andate a vedere i making of nella sezione extra su Disney +  dove si parla proprio di questa cosa). 

Ma, aspetto più importante, sono storie basate su tematiche sociali specifiche e molto particolari e, soprattutto, molto, molto delicate e difficili da trattare. Questo fa di questi corti delle piccole perle speciali da vedere e su cui riflettere, sopratutto nella nostra società odierna. 

Comincerò oggi da Float e Loop che portano sullo schermo un problema molto complesso quale i disturbi dello spettro autistico e ci riescono in maniera incredibile. 

Float – immagine presa da wikipedia commons

Float si basa sulla storia di Bobby Alcid Rubio, animatore della Pixar, il cui figlio è affetto da autismo; mentre Loap è la storia di Renee, una ragazza autistica di 13 anni con gravi difficoltà di comunicazione. Questo è uno dei disturbi più problematici dello spettro autistico e porta grandi difficoltà anche nella socialità con gli altri e nell’adattamento all’ambiente. 

Loop – immagine presa da wikipedia commons

Ad ogni modo, secondo i dati, in Italia 1 bambino su 77 è affetto da disturbi dello spettro autistico, mentre in USA, secondo la Autism Society, 1 ogni 59. 

E ad oggi non è stata individuata con certezza una causa specifica, solo in 10 – 15 % dei casi si può individuare una causa generica. 

Si capisce bene perché, in tutta questa complessità, diventa importante parlarne e farlo come lo hanno fatto alla Pixar significa arrivare a moltissime persone, dato questo importantissimo. 

Float: volare ed essere se stessi 

Tutti sogniamo di volare, con le ali o come Superman, tutti abbiamo pensato fin da piccoli a quanto sarebbe stato bello poterci librare in aria come le aquile o anche solo come dei semplici passerotti. Ora ponetevi questa domanda: se foste nati con questa possibilità, avreste voluto che qualcuno vi impedisse di essere diversi da come siete? 

È qui che parte Float. Il corto parla dell’importanza di essere se stessi e del rapporto di un padre con suo figlio. Rapporto che va benissimo finché il giovane babbo non scopre che il figlio, appunto, è in grado di volare (da qui Float).

Immagine presa dal corto

Da quel momento in poi fa di tutto per proteggere il pargoletto dai giudizi e dai commenti della gente. Per farlo, quando escono di casa, carica lo zainetto del figlio di pietre per tenerlo ancorato a terra. Ma la volontà di essere se stesso è più forte e il bimbo, una volta arrivato al parco giochi, molla lo zaino e comincia a volare fra gli sguardi stupefatti degli altri genitori e bambini. 

A quel punto il padre, in preda al panico, lo prende e gli urla contro: “Ma perché non puoi essere normale?!” . È in quella frase che si racchiude l’essenza del mini film. Il bimbo, che non pensava di essere diverso, si chiude in se stesso e perde tutta la sua allegria. Ed è in quel momento che il padre si rende conto dell’errore che ha commesso.

Il suo bimbo è lui proprio perché vola, se non volasse sarebbe un’altra persona, un bambino stupendo ugualmente, ma non lo stesso. È come avere due torte, una al cioccolato e una alla nutella, sono tutte e due buonissime, ma sono due cose distinte e non si può dire alla torta al cioccolato di diventare alla nutella e viceversa.

Immagine presa dal corto

Sono bellissime e buonissime entrambe e sono così proprio perché sono loro stesse e mai nessuno ha detto loro di diventare diverse da ciò che sono. Perché dovrebbe essere diverso con le persone? Perché la diversità fa così paura? O meglio, perché facciamo in modo che esista la diversità? 

Loop: capire l’altro al di là delle parole

Loop si ispira alla storia di Renee, una ragazza autistica che ha anche prestato la voce per il corto e che ha delle grandi e complesse difficoltà di comunicazione. 

immagine presa dal corto

Ed è proprio la comunicazione a stare al centro della storia. Renee ama andare in canoa, ma non può andarci sola, ecco perché viene mandato Marcus, un ragazzo più grande, ad accompagnarla. All’inizio la comunicazione tra i due è difficilissima, Marcus non riesce a capire cosa voglia Renee e lei, per quanto si sforzi, non riesce a comunicarglielo.

Alla fine però, complice una serie di piccoli stratagemmi, riescono a comunicare senza le parole, ma semplicemente attraverso piccoli gesti, all’apparenza senza significato, ma che ne diventano pieni quando Marcus e Renee si rendono conto che in quella maniera finalmente si capiscono.

immagine presa dal corto

Tutto ciò a dimostrazione che le parole a volte non servono, che anche se incontriamo qualcuno che parla una lingua che non conosciamo, sia essa una lingua parlata, dei segni o altro, con la buona volontà, l’empatia e la forza di impegnarsi nel capire le varietà umane che ci circondano, anche la comunicazione più difficile diventa facile e può riservarci delle grandi e bellissime sorprese. 

“Diversità” e “Differenza”

Affinché una persona con autismo riesca a condurre una vita normale, tutti coloro che lo circondano devono metterla in condizioni di poterlo fare, facendola sentire il più possibile parte della società e facendo sì che il suo essere non diventi “diversità”, ma “differenza”. Ciò che distingue la diversità dalla differenza è che la diversità la crea la società, la creano le persone. Sono io che, guardando qualcuno, decido che questo qualcuno è “diverso” da me e che in quanto tale è diverso dalla società a cui io penso di appartenere. Sono io persona che creo la diversità e ne faccio la mia arma contro il prossimo che ritengo diverso e non adatto alla società.

immagine presa dal corto

La “differenza”, invece, è semplicemente un tipo di varietà, come dire che ci sono vari tipi di mele, ognuna con un sapore particolare ed ognuna buonissima proprio perché ha quel sapore lì. Se una mela golden avesse il sapore di una mela renetta non sarebbe più una mela golden e perderebbe tutta la sua essenza. Il suo “io” perderebbe di significato e diventerebbe un’altra cosa. 

Puntare il dito contro qualcuno sottolineandone la diversità (non solo nei casi riguardanti l’autismo, ma in tutti i casi dove delle minoranze finiscono per sentirsi escluse o trattate diversamente semplicemente per un loro modo di essere se stesse), significa ucciderne la differenza, ucciderne la varietà, il diritto sacrosanto e a volte semplicemente dettato dalla natura ad essere quello che si è e basta.

immagine presa dal corto

Come vi sentireste se qualcuno vi dicesse che non andate bene? Se qualcuno vi facesse la stessa domanda che fa il papà al figlio in Float: “Ma perché non puoi essere normale?!” In fin dei conti, cos’è la normalità? Siamo noi che decidiamo cosa sia normale e cosa no, siamo noi che ci arroghiamo questo diritto e che esercitiamo ogni giorno il potere di giudizio sul prossimo. 

Questo è un potere immenso, più forte di tanti altri; un potere in cui una singola parola può segnare per sempre la vita di una persona. In tale ottica, dobbiamo avere l’umiltà di capire che la diversità non esiste fino a quando non siamo noi stessi a crearla. 

Fonti:

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: